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Beethoven, Ludwig Van
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Ludwig van Beethoven nacque il 16 dicembre 1770 da Johann (1740-1792) e Maria Magdalena Keverich (1746-1787), secondogenito della coppia dopo Ludwig Maria (1969, sopravvissuto per pochi giorni) e fratello maggiore di altri cinque figli, di cui giunsero all’età adulta solo Kaspar Anton Karl (1774-1815) e Nikolaus Johann (1776-1848). Nel ramo paterno della famiglia la pratica professionistica della musica era coltivata da due generazioni: il nonno Louis (germanizzato in Ludwig, 1712-1773), originario della città fiamminga di Mechelen (nell’attuale Belgio) aveva svolto una brillante carriera di cantante, nel ruolo di basso, che nel 1733 l’aveva condotto a essere assunto nella cappella del principe elettore di Bonn, di cui aveva assunto la guida nel 1761; il padre Johann aveva a sua volta prestato servizio presso la stessa cappella come tenore, lavorando inoltre come insegnante privato di pianoforte, violino e canto. Uomo autoritario, violento, dedito all’alcool, mosso dal desiderio di fare di Ludwig un bambino prodigio come il piccolo Mozart, Johann sottopose il figlio fin dall’infanzia a una dura educazione musicale. Ludwig debuttò in pubblico come pianista nel 1778, a sette anni. In seguito ricevette lezioni da diversi musicisti locali: in particolare, l’organista di corte van den Eeden, il cantante Tobias Friedrich Pfeiffer, il violinista e violista Franz Rovantini (?-1781). Soprattutto, negli anni successivi, divenne allievo di Christian Gottlob Neefe (1748-1798), giunto a Bonn nel 1779 per assumere la direzione del teatro di corte e dal 1881 l’incarico di organista precedentemente svolto da van den Eeden. Nel 1784 Beethoven assunse l’incarico di secondo organista di corte. Nel 1789 si iscrisse all’Università di Bonn, fondata tre anni prima. Nel frattempo, le sue qualità di interprete e compositore attirarono l’attenzione del conte Ferdinand von Waldstein (1762-1823), che nell’aprile 1787 lo aveva condotto con sé a Vienna e nel luglio 1792 lo presentò a Haydn, che lo invitò a divenire suo allievo. Il 3 novembre dello stesso anno Beethoven si trasferì a Vienna. Prese lezioni da Haydn fino al gennaio 1794; proseguì gli studi con Johann Schenk (1753-1836), Johann Georg Albrechtsberger (1736-1809) e Antonio Salieri (1750-1825), con il quale approfondì lo studio della musica vocale. Impegnato in un’attività sempre più intensa di pianista e compositore, godette dell’apprezzamento e del sostegno economico di alcune personalità di spicco dell’aristocrazia viennese: in particolare, il barone Nikolaus Zmeskall (1759-1833), il principe Carl Lichnowsky (1761-1814), la contessa Maria Wilhelmine Thun (1744-1800), il conte Andrej Razumovskij (1752-1836), il principe Joseph Franz von Lobkowitz (1772-1816), l’arciduca Rodolfo Giovanni d’Asburgo-Lorena (1788-1831).
Nel 1796 Beethoven cominciò a soffrire di una progressiva perdita dell’udito che si sarebbe in breve aggravata fino a divenire pressoché totale intorno al 1818, quando per comunicare con gli interlocutori fu costretto a ricorrere ad appositi quaderni, detti «di conversazione». Dapprima, il musicista tenne segreta la malattia; nel 1804, quando questa aveva raggiunto condizioni incompatibili con la carriera di esecutore, rivelò le sue condizioni ai fratelli attraverso una lettera nota come Testamento di Heiligenstadt dal nome del sobborgo di Vienna della sua stesura. Posta fine all’attività concertistica, Beethoven trascorse il resto della propria esistenza dedicandosi alla composizione, vivendo in condizioni di isolamento interrotte solo sporadicamente. Inizialmente affascinato dall’ascesa di Napoleone Bonaparte, in cui vedeva incarnati gli ideali di autodeterminazione e d’indipendenza dal totalitarismo politico e, soprattutto, culturale, dalla sua figura trasse ispirazione per la composizione della terza Sinfonia «Eroica»; in seguitoall’autoproclamazione di Napoleone a imperatore (2 dicembre 1804), Beethoven, deluso, se ne discostò recisamente e stralciò la dedica, destinando la Sinfonia a «celebrare il sovvenire di un grande uomo». Nel 1808 ricevette da Girolamo Bonaparte (1784-1860), fratello di Napoleone da questi posto alla guida della Vestfalia, l’offerta del prestigioso posto di maestro di cappella presso la corte di Kassel, che il compositore tuttavia rifiutò. L’anno successivo l’occupazione di Vienna da parte delle truppe francesi e le gravi condizioni economiche che seguirono spinsero gran parte degli abitanti a lasciare la città. Beethoven rimase a Vienna dietro le insistenze dei suoi nobili mecenati: perché non partisse, l’arciduca Rodolfo, il principe Kinsky e il principe Lobkowitz gli garantirono un vitalizio che gli avrebbe permesso di dedicarsi in piena libertà alla composizione senza doversi curare del proprio sostentamento.
Nel 1815, in seguito alla morte del fratello Kaspar Karl, secondo la volontà espressa nel testamento di quest’ultimo assunse la tutela del nipote Karl (1806-1858). Ritenendo la vedova Johanna Reiss (1786-1869) inadeguata a prendersi cura del ragazzo, intraprese una lunga serie di processi per ottenerne l’affidamento esclusivo. Lo ricevette nel 1820, ma i rapporti con il nipote si rivelarono problematici: sotto il peso del carattere opprimente dello zio, questi il 30 luglio 1826 tentò il suicidio. In seguito all’episodio Beethoven rinunciò alla tutela in favore dell’amico Stephan von Breuning (1774-1827) e permise a Karl di intraprendere la carriera militare.
Di ritorno su un carro scoperto da una delle sue frequenti uscite nella campagna dei dintorni viennesi, sorpreso dalla pioggia, nella notte del 2 dicembre 1826 Beethoven contrasse una polmonite doppia che nei mesi seguenti lo costrinse in uno stato di prostrazione fisica sempre più grave. Il 3 gennaio 1827 fece testamento in favore di Karl. Morì il 26 marzo 1827, apparentemente in seguito all’insorgere di una forma di cirrosi epatica.
Rispetto a quella dei suoi immediati predecessori e dei suoi contemporanei, la produzione di Beethoven appare a prima vista caratterizzata dalla presenza al suo interno di un numero di composizioni assai più ridotto, controbilanciato tuttavia dall’adozione di strutture formali progressivamente più ampie, complesse e articolate, a cui fa riscontro un processo di elaborazione incommensurabilmente più lungo e profondo. Legata al periodo giovanile e della prima maturità sono i concerti: i cinque per pianoforte (n. 1 op. 15, 1798; n. 2 op. 19, 1795-1798; n. 3 op. 37, 1802; n. 4 op. 58, 1806; n. 5 «Imperatore» op. 73, 1809), quello per pianoforte, violino e violoncello op. 56 (1804) e quello per violino op. 61 (1806). Centrale nel catalogo beethoveniano è il ciclo delle nove Sinfonie: se le prime due, op. 21 (1800) e op. 36 (1802), appaiono ancora riconducibili a una concezione assimilabile allo stile dell’ultimo Haydn, con la terza, «Eroica» op. 55 (1804), il compositore inaugura un percorso all’insegna di un’unitarietà e una coesione formali sempre più strette che, attraverso soluzioni di segno diverso quali il fitto puntillismo dialogico della quarta op. 60 (1806), l’adozione di strutture cicliche della quinta op. 67 e della sesta op. 68 (ultimate entrambe nel 1808), il carattere propulsivo che anima la settima op. 92 (1812), l’umanità umoristica dell’ottava op. 93 (1813), culmina nell’avvenirismo della nona op. 125 (1824), in cui la natura stessa del genere è ripensata e proiettata al di là dei propri limiti formali. Fondamentali nell’universo creativo beethoveniano sono pure le trentadue Sonate e le Variazioni Diabelli op. 120 (1823) per pianoforte, in cui il compositore porta avanti un analogo processo di sviluppo formale, e i sedici Quartetti e la Grande fuga op. 133 (1825) per archi; e, ancora, il balletto Le creature di Prometeo op. 43 (1801), la grande Missa Solemnis op. 123 (1824), composta parallelamente alla nona Sinfonia e, nell’ambito del teatro musicale, Fidelio op. 72b (1805), Singspiel su libretto di Joseph Sonnleithner (1766-1835), Breuning e Georg Friedrich Treitschke (1776-1842).
Il linguaggio musicale di Beethoven porta alle estreme conseguenze la dialettica sonatistica di Haydn e Mozart. La forma musicale è progressivamente fatta oggetto di una rivoluzione condotta dall’interno, sotto le spinte di una tensione a superarne i limiti, a sviluppare il materiale tematico sempre più a fondo; fino a pervenire, nelle composizioni più tarde, a soluzioni formali, timbriche, armoniche che saranno pienamente acquisite solo nel prosieguo dell’Ottocento e nel primo Novecento.

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Ludwig van Beethoven nacque il 16 dicembre 1770 da Johann (1740-1792) e Maria Magdalena Keverich (1746-1787), secondogenito della coppia dopo Ludwig Maria (1969, sopravvissuto per pochi giorni) e fratello maggiore di altri cinque figli, di cui giunsero all’età adulta solo Kaspar Anton Karl (1774-1815) e Nikolaus Johann (1776-1848). Nel ramo paterno della famiglia la pratica professionistica della musica era coltivata da due generazioni: il nonno Louis (germanizzato in Ludwig, 1712-1773), originario della città fiamminga di Mechelen (nell’attuale Belgio) aveva svolto una brillante carriera di cantante, nel ruolo di basso, che nel 1733 l’aveva condotto a essere assunto nella cappella del principe elettore di Bonn, di cui aveva assunto la guida nel 1761; il padre Johann aveva a sua volta prestato servizio presso la stessa cappella come tenore, lavorando inoltre come insegnante privato di pianoforte, violino e canto. Uomo autoritario, violento, dedito all’alcool, mosso dal desiderio di fare di Ludwig un bambino prodigio come il piccolo Mozart, Johann sottopose il figlio fin dall’infanzia a una dura educazione musicale. Ludwig debuttò in pubblico come pianista nel 1778, a sette anni. In seguito ricevette lezioni da diversi musicisti locali: in particolare, l’organista di corte van den Eeden, il cantante Tobias Friedrich Pfeiffer, il violinista e violista Franz Rovantini (?-1781). Soprattutto, negli anni successivi, divenne allievo di Christian Gottlob Neefe (1748-1798), giunto a Bonn nel 1779 per assumere la direzione del teatro di corte e dal 1881 l’incarico di organista precedentemente svolto da van den Eeden. Nel 1784 Beethoven assunse l’incarico di secondo organista di corte. Nel 1789 si iscrisse all’Università di Bonn, fondata tre anni prima. Nel frattempo, le sue qualità di interprete e compositore attirarono l’attenzione del conte Ferdinand von Waldstein (1762-1823), che nell’aprile 1787 lo aveva condotto con sé a Vienna e nel luglio 1792 lo presentò a Haydn, che lo invitò a divenire suo allievo. Il 3 novembre dello stesso anno Beethoven si trasferì a Vienna. Prese lezioni da Haydn fino al gennaio 1794; proseguì gli studi con Johann Schenk (1753-1836), Johann Georg Albrechtsberger (1736-1809) e Antonio Salieri (1750-1825), con il quale approfondì lo studio della musica vocale. Impegnato in un’attività sempre più intensa di pianista e compositore, godette dell’apprezzamento e del sostegno economico di alcune personalità di spicco dell’aristocrazia viennese: in particolare, il barone Nikolaus Zmeskall (1759-1833), il principe Carl Lichnowsky (1761-1814), la contessa Maria Wilhelmine Thun (1744-1800), il conte Andrej Razumovskij (1752-1836), il principe Joseph Franz von Lobkowitz (1772-1816), l’arciduca Rodolfo Giovanni d’Asburgo-Lorena (1788-1831).
Nel 1796 Beethoven cominciò a soffrire di una progressiva perdita dell’udito che si sarebbe in breve aggravata fino a divenire pressoché totale intorno al 1818, quando per comunicare con gli interlocutori fu costretto a ricorrere ad appositi quaderni, detti «di conversazione». Dapprima, il musicista tenne segreta la malattia; nel 1804, quando questa aveva raggiunto condizioni incompatibili con la carriera di esecutore, rivelò le sue condizioni ai fratelli attraverso una lettera nota come Testamento di Heiligenstadt dal nome del sobborgo di Vienna della sua stesura. Posta fine all’attività concertistica, Beethoven trascorse il resto della propria esistenza dedicandosi alla composizione, vivendo in condizioni di isolamento interrotte solo sporadicamente. Inizialmente affascinato dall’ascesa di Napoleone Bonaparte, in cui vedeva incarnati gli ideali di autodeterminazione e d’indipendenza dal totalitarismo politico e, soprattutto, culturale, dalla sua figura trasse ispirazione per la composizione della terza Sinfonia «Eroica»; in seguitoall’autoproclamazione di Napoleone a imperatore (2 dicembre 1804), Beethoven, deluso, se ne discostò recisamente e stralciò la dedica, destinando la Sinfonia a «celebrare il sovvenire di un grande uomo». Nel 1808 ricevette da Girolamo Bonaparte (1784-1860), fratello di Napoleone da questi posto alla guida della Vestfalia, l’offerta del prestigioso posto di maestro di cappella presso la corte di Kassel, che il compositore tuttavia rifiutò. L’anno successivo l’occupazione di Vienna da parte delle truppe francesi e le gravi condizioni economiche che seguirono spinsero gran parte degli abitanti a lasciare la città. Beethoven rimase a Vienna dietro le insistenze dei suoi nobili mecenati: perché non partisse, l’arciduca Rodolfo, il principe Kinsky e il principe Lobkowitz gli garantirono un vitalizio che gli avrebbe permesso di dedicarsi in piena libertà alla composizione senza doversi curare del proprio sostentamento.
Nel 1815, in seguito alla morte del fratello Kaspar Karl, secondo la volontà espressa nel testamento di quest’ultimo assunse la tutela del nipote Karl (1806-1858). Ritenendo la vedova Johanna Reiss (1786-1869) inadeguata a prendersi cura del ragazzo, intraprese una lunga serie di processi per ottenerne l’affidamento esclusivo. Lo ricevette nel 1820, ma i rapporti con il nipote si rivelarono problematici: sotto il peso del carattere opprimente dello zio, questi il 30 luglio 1826 tentò il suicidio. In seguito all’episodio Beethoven rinunciò alla tutela in favore dell’amico Stephan von Breuning (1774-1827) e permise a Karl di intraprendere la carriera militare.
Di ritorno su un carro scoperto da una delle sue frequenti uscite nella campagna dei dintorni viennesi, sorpreso dalla pioggia, nella notte del 2 dicembre 1826 Beethoven contrasse una polmonite doppia che nei mesi seguenti lo costrinse in uno stato di prostrazione fisica sempre più grave. Il 3 gennaio 1827 fece testamento in favore di Karl. Morì il 26 marzo 1827, apparentemente in seguito all’insorgere di una forma di cirrosi epatica.
Rispetto a quella dei suoi immediati predecessori e dei suoi contemporanei, la produzione di Beethoven appare a prima vista caratterizzata dalla presenza al suo interno di un numero di composizioni assai più ridotto, controbilanciato tuttavia dall’adozione di strutture formali progressivamente più ampie, complesse e articolate, a cui fa riscontro un processo di elaborazione incommensurabilmente più lungo e profondo. Legata al periodo giovanile e della prima maturità sono i concerti: i cinque per pianoforte (n. 1 op. 15, 1798; n. 2 op. 19, 1795-1798; n. 3 op. 37, 1802; n. 4 op. 58, 1806; n. 5 «Imperatore» op. 73, 1809), quello per pianoforte, violino e violoncello op. 56 (1804) e quello per violino op. 61 (1806). Centrale nel catalogo beethoveniano è il ciclo delle nove Sinfonie: se le prime due, op. 21 (1800) e op. 36 (1802), appaiono ancora riconducibili a una concezione assimilabile allo stile dell’ultimo Haydn, con la terza, «Eroica» op. 55 (1804), il compositore inaugura un percorso all’insegna di un’unitarietà e una coesione formali sempre più strette che, attraverso soluzioni di segno diverso quali il fitto puntillismo dialogico della quarta op. 60 (1806), l’adozione di strutture cicliche della quinta op. 67 e della sesta op. 68 (ultimate entrambe nel 1808), il carattere propulsivo che anima la settima op. 92 (1812), l’umanità umoristica dell’ottava op. 93 (1813), culmina nell’avvenirismo della nona op. 125 (1824), in cui la natura stessa del genere è ripensata e proiettata al di là dei propri limiti formali. Fondamentali nell’universo creativo beethoveniano sono pure le trentadue Sonate e le Variazioni Diabelli op. 120 (1823) per pianoforte, in cui il compositore porta avanti un analogo processo di sviluppo formale, e i sedici Quartetti e la Grande fuga op. 133 (1825) per archi; e, ancora, il balletto Le creature di Prometeo op. 43 (1801), la grande Missa Solemnis op. 123 (1824), composta parallelamente alla nona Sinfonia e, nell’ambito del teatro musicale, Fidelio op. 72b (1805), Singspiel su libretto di Joseph Sonnleithner (1766-1835), Breuning e Georg Friedrich Treitschke (1776-1842).
Il linguaggio musicale di Beethoven porta alle estreme conseguenze la dialettica sonatistica di Haydn e Mozart. La forma musicale è progressivamente fatta oggetto di una rivoluzione condotta dall’interno, sotto le spinte di una tensione a superarne i limiti, a sviluppare il materiale tematico sempre più a fondo; fino a pervenire, nelle composizioni più tarde, a soluzioni formali, timbriche, armoniche che saranno pienamente acquisite solo nel prosieguo dell’Ottocento e nel primo Novecento.

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Ludwig van Beethoven nacque il 16 dicembre 1770 da Johann (1740-1792) e Maria Magdalena Keverich (1746-1787), secondogenito della coppia dopo Ludwig Maria (1969, sopravvissuto per pochi giorni) e fratello maggiore di altri cinque figli, di cui giunsero all’età adulta solo Kaspar Anton Karl (1774-1815) e Nikolaus Johann (1776-1848). Nel ramo paterno della famiglia la pratica professionistica della musica era coltivata da due generazioni: il nonno Louis (germanizzato in Ludwig, 1712-1773), originario della città fiamminga di Mechelen (nell’attuale Belgio) aveva svolto una brillante carriera di cantante, nel ruolo di basso, che nel 1733 l’aveva condotto a essere assunto nella cappella del principe elettore di Bonn, di cui aveva assunto la guida nel 1761; il padre Johann aveva a sua volta prestato servizio presso la stessa cappella come tenore, lavorando inoltre come insegnante privato di pianoforte, violino e canto. Uomo autoritario, violento, dedito all’alcool, mosso dal desiderio di fare di Ludwig un bambino prodigio come il piccolo Mozart, Johann sottopose il figlio fin dall’infanzia a una dura educazione musicale. Ludwig debuttò in pubblico come pianista nel 1778, a sette anni. In seguito ricevette lezioni da diversi musicisti locali: in particolare, l’organista di corte van den Eeden, il cantante Tobias Friedrich Pfeiffer, il violinista e violista Franz Rovantini (?-1781). Soprattutto, negli anni successivi, divenne allievo di Christian Gottlob Neefe (1748-1798), giunto a Bonn nel 1779 per assumere la direzione del teatro di corte e dal 1881 l’incarico di organista precedentemente svolto da van den Eeden. Nel 1784 Beethoven assunse l’incarico di secondo organista di corte. Nel 1789 si iscrisse all’Università di Bonn, fondata tre anni prima. Nel frattempo, le sue qualità di interprete e compositore attirarono l’attenzione del conte Ferdinand von Waldstein (1762-1823), che nell’aprile 1787 lo aveva condotto con sé a Vienna e nel luglio 1792 lo presentò a Haydn, che lo invitò a divenire suo allievo. Il 3 novembre dello stesso anno Beethoven si trasferì a Vienna. Prese lezioni da Haydn fino al gennaio 1794; proseguì gli studi con Johann Schenk (1753-1836), Johann Georg Albrechtsberger (1736-1809) e Antonio Salieri (1750-1825), con il quale approfondì lo studio della musica vocale. Impegnato in un’attività sempre più intensa di pianista e compositore, godette dell’apprezzamento e del sostegno economico di alcune personalità di spicco dell’aristocrazia viennese: in particolare, il barone Nikolaus Zmeskall (1759-1833), il principe Carl Lichnowsky (1761-1814), la contessa Maria Wilhelmine Thun (1744-1800), il conte Andrej Razumovskij (1752-1836), il principe Joseph Franz von Lobkowitz (1772-1816), l’arciduca Rodolfo Giovanni d’Asburgo-Lorena (1788-1831).
Nel 1796 Beethoven cominciò a soffrire di una progressiva perdita dell’udito che si sarebbe in breve aggravata fino a divenire pressoché totale intorno al 1818, quando per comunicare con gli interlocutori fu costretto a ricorrere ad appositi quaderni, detti «di conversazione». Dapprima, il musicista tenne segreta la malattia; nel 1804, quando questa aveva raggiunto condizioni incompatibili con la carriera di esecutore, rivelò le sue condizioni ai fratelli attraverso una lettera nota come Testamento di Heiligenstadt dal nome del sobborgo di Vienna della sua stesura. Posta fine all’attività concertistica, Beethoven trascorse il resto della propria esistenza dedicandosi alla composizione, vivendo in condizioni di isolamento interrotte solo sporadicamente. Inizialmente affascinato dall’ascesa di Napoleone Bonaparte, in cui vedeva incarnati gli ideali di autodeterminazione e d’indipendenza dal totalitarismo politico e, soprattutto, culturale, dalla sua figura trasse ispirazione per la composizione della terza Sinfonia «Eroica»; in seguitoall’autoproclamazione di Napoleone a imperatore (2 dicembre 1804), Beethoven, deluso, se ne discostò recisamente e stralciò la dedica, destinando la Sinfonia a «celebrare il sovvenire di un grande uomo». Nel 1808 ricevette da Girolamo Bonaparte (1784-1860), fratello di Napoleone da questi posto alla guida della Vestfalia, l’offerta del prestigioso posto di maestro di cappella presso la corte di Kassel, che il compositore tuttavia rifiutò. L’anno successivo l’occupazione di Vienna da parte delle truppe francesi e le gravi condizioni economiche che seguirono spinsero gran parte degli abitanti a lasciare la città. Beethoven rimase a Vienna dietro le insistenze dei suoi nobili mecenati: perché non partisse, l’arciduca Rodolfo, il principe Kinsky e il principe Lobkowitz gli garantirono un vitalizio che gli avrebbe permesso di dedicarsi in piena libertà alla composizione senza doversi curare del proprio sostentamento.
Nel 1815, in seguito alla morte del fratello Kaspar Karl, secondo la volontà espressa nel testamento di quest’ultimo assunse la tutela del nipote Karl (1806-1858). Ritenendo la vedova Johanna Reiss (1786-1869) inadeguata a prendersi cura del ragazzo, intraprese una lunga serie di processi per ottenerne l’affidamento esclusivo. Lo ricevette nel 1820, ma i rapporti con il nipote si rivelarono problematici: sotto il peso del carattere opprimente dello zio, questi il 30 luglio 1826 tentò il suicidio. In seguito all’episodio Beethoven rinunciò alla tutela in favore dell’amico Stephan von Breuning (1774-1827) e permise a Karl di intraprendere la carriera militare.
Di ritorno su un carro scoperto da una delle sue frequenti uscite nella campagna dei dintorni viennesi, sorpreso dalla pioggia, nella notte del 2 dicembre 1826 Beethoven contrasse una polmonite doppia che nei mesi seguenti lo costrinse in uno stato di prostrazione fisica sempre più grave. Il 3 gennaio 1827 fece testamento in favore di Karl. Morì il 26 marzo 1827, apparentemente in seguito all’insorgere di una forma di cirrosi epatica.
Rispetto a quella dei suoi immediati predecessori e dei suoi contemporanei, la produzione di Beethoven appare a prima vista caratterizzata dalla presenza al suo interno di un numero di composizioni assai più ridotto, controbilanciato tuttavia dall’adozione di strutture formali progressivamente più ampie, complesse e articolate, a cui fa riscontro un processo di elaborazione incommensurabilmente più lungo e profondo. Legata al periodo giovanile e della prima maturità sono i concerti: i cinque per pianoforte (n. 1 op. 15, 1798; n. 2 op. 19, 1795-1798; n. 3 op. 37, 1802; n. 4 op. 58, 1806; n. 5 «Imperatore» op. 73, 1809), quello per pianoforte, violino e violoncello op. 56 (1804) e quello per violino op. 61 (1806). Centrale nel catalogo beethoveniano è il ciclo delle nove Sinfonie: se le prime due, op. 21 (1800) e op. 36 (1802), appaiono ancora riconducibili a una concezione assimilabile allo stile dell’ultimo Haydn, con la terza, «Eroica» op. 55 (1804), il compositore inaugura un percorso all’insegna di un’unitarietà e una coesione formali sempre più strette che, attraverso soluzioni di segno diverso quali il fitto puntillismo dialogico della quarta op. 60 (1806), l’adozione di strutture cicliche della quinta op. 67 e della sesta op. 68 (ultimate entrambe nel 1808), il carattere propulsivo che anima la settima op. 92 (1812), l’umanità umoristica dell’ottava op. 93 (1813), culmina nell’avvenirismo della nona op. 125 (1824), in cui la natura stessa del genere è ripensata e proiettata al di là dei propri limiti formali. Fondamentali nell’universo creativo beethoveniano sono pure le trentadue Sonate e le Variazioni Diabelli op. 120 (1823) per pianoforte, in cui il compositore porta avanti un analogo processo di sviluppo formale, e i sedici Quartetti e la Grande fuga op. 133 (1825) per archi; e, ancora, il balletto Le creature di Prometeo op. 43 (1801), la grande Missa Solemnis op. 123 (1824), composta parallelamente alla nona Sinfonia e, nell’ambito del teatro musicale, Fidelio op. 72b (1805), Singspiel su libretto di Joseph Sonnleithner (1766-1835), Breuning e Georg Friedrich Treitschke (1776-1842).
Il linguaggio musicale di Beethoven porta alle estreme conseguenze la dialettica sonatistica di Haydn e Mozart. La forma musicale è progressivamente fatta oggetto di una rivoluzione condotta dall’interno, sotto le spinte di una tensione a superarne i limiti, a sviluppare il materiale tematico sempre più a fondo; fino a pervenire, nelle composizioni più tarde, a soluzioni formali, timbriche, armoniche che saranno pienamente acquisite solo nel prosieguo dell’Ottocento e nel primo Novecento.

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