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Porrino, Ennio
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(Cagliari, 20-1-1910 / Roma, 25-9-1959)

Seguiti gli studi classici fino a diciassette anni, si dedica in seguito esclusivamente alla composizione sotto la guida dei maestri Mulè e Dobici, diplomandosi nel 1932 a Roma, presso il Conservatorio di Santa Cecilia. Frequenta inoltre per un triennio il Corso di Perfezionamento tenuto da Ottorino Respighi, di cui diviene ben presto l’allievo prediletto. «Del suo maestro assimila subito il meglio: la grande abilità del colorista, la tecnica dell’orchestrazione, la capacità di aderenza del canto al substrato armonico. Tutto ciò serbando intatta quella liricità pura che proviene dalle emozioni» (Nicola Valle).

Porrino si fa conoscere nell’ambiente musicale romano vincendo, nel 1931, un concorso per una lirica bandito dal Giornale d’Italia con Traccas e nel 1933 un altro difficile concorso, quello bandito dall’Accademia di Santa Cecilia per il XXV anniversario dei concerti all’Augusteo con l’ouverture per orchestra Tartarin de Tarascon che Bernardino Molinari dirige il 30 aprile dello stesso anno all’Augusteo.

Nel gennaio del ‘34, nello stesso Augusteo e con lo stesso direttore, avrà luogo una più completa affermazione con il poema sinfonico Sardegna, di cui seguiranno numerose esecuzioni in Italia e all’estero sotto la guida dei più prestigiosi direttori dell’epoca, come Previtali, Gui, Stokowski. Sardegna verrà inoltre inclusa, in rappresentanza della musica italiana, nei programmi del Festival Internazionale di Amburgo del ‘35. Il lavoro rappresenta, come diverse seguenti composizioni, un omaggio alla terra d’origine che Porrino ha lasciato da bambino e che conoscerà direttamente solo più tardi, ma che continuamente ha sentito rivivere nel ricordo nostalgico della madre sarda.

Dopo aver composto i Canti della schiavitù per violino, violoncello e pianoforte (‘33), i Canti di stagione per soprano e piccola orchestra (‘34), La visione di Ezechiele, preludio, adagio e corale per orchestra (‘35), la cantata Proserpina per voce recitante, coro femminile e piccola orchestra (‘37) e le Tre canzoni italiane per piccola orchestra (‘39), Porrino, su commissione della Casa Musicale Sonzogno, si cimenta per la prima volta – con l’opera Gli Orazi (su libretto di Claudio Guastalla) – con quella che lui ritiene essere la forma d’arte più alta e completa: il teatro. Così Porrino stesso si esprime a proposito della sua opera: « Questo lavoro non è melodramma, nel senso tradizionale ed ottocentesco della parola, ma un’opera teatrale moderna che sta tra l’oratorio profano e uno spettacolo sportivo: il ravvicinamento all’oratorio profano sta a definire l’asciuttezza del linguaggio musicale, mentre il parallelismo con lo spettacolo sportivo sta ad indicare il dinamismo e la passionalità della vicenda nonché della musica che nascono proprio dal contrasto di due parti in lotta»Gli Orazi vanno in scena al Teatro alla Scala di Milano nel febbraio del ‘41 con un caloroso successo.

Intanto Porrino, diventato titolare della cattedra di composizione al Conservatorio di Roma, è stato nominato membro effettivo dell’Accademia di Santa Cecilia di Roma e dell’Accademia Luigi Cherubini di Firenze.

Da Gli Orazi, Porrino passa ai toni nostalgici e all’atmosfera dolorosa dei Canti dell’esilio, una raccolta di quindici liriche frutto della sofferta esperienza della guerra e dell’’esilio’ nella città di Venezia dove viene trasferito, nel ‘43, presso il Conservatorio Benedetto Marcello.
Finita la guerra e dopo un periodo trascorso a Napoli, prima come Direttore della Biblioteca Musicale S. Pietro a Majella, poi come docente di composizione nello stesso Conservatorio e come critico musicale del Corriere di Napoli, Porrino rientra a Roma nel ‘47, riprendendo possesso della sua cattedra di composizione presso il Conservatorio di Santa Cecilia.

Intanto, la sua produzione artistica si arricchisce di nuovi lavori: nel ‘47 compone Sonata drammatica, un atto unico su testo di Nella Bonora, per voce recitante e pianoforte; nel ‘48 conosce l’abate Ricciotti – autore della Vita di Gesù – al quale propone l’idea di realizzare un lavoro musicale di soggetto evangelico che sarà compiuto l’anno seguente con il titolo di Processo di Cristo e verrà eseguito per la prima volta nell’aprile del ‘52 al Teatro Argentina di Roma. Si tratta di un «grande affresco sinfonico-corale che può considerarsi forse l’opera più impegnativa della sua cospicua produzione sinfonica» (Tito Aprea), opera caratterizzata dalla nitidezza del disegno musicale, da un’ariosa cantabilità e una forte pulsazione ritmica. «Il compositore ha saputo, ancora una volta, sintetizzare il suo pensiero in un’opera di notevole assunto, bene equilibrata e saldamente costruita» (Renzo Rossellini). «Accanto al tradizionale stile ecclesiastico, abbiamo una concezione tonale moderna che comporta, talvolta, forti dissonanze» (Felix Karlinger). «Il discorso melodico fluisce ampio, a volte richiama il gregoriano e da esso viene fiorendo la ricchezza dei melismi cromatici. La strumentazione è ricca, varia, coloratissima» (Ceccherini). «Porrino sentì altamente il dramma di Cristo e nella sua opera ogni elemento sonoro, oltre che essere al servizio di una fedele interpretazione musicale del testo, è amalgamato in una concezione unitaria nella quale lo spirito dell’Artista, sollevato da impegni di tecnica, canta, da mistico, la propria emozione religiosa» (Tito Aprea).

Dopo essere tornato una prima volta da adulto a Cagliari nel ‘37, in occasione del III Congresso dell’SNFM, nel 1949 Porrino, alla ricerca di un contatto diretto con il patrimonio culturale e musicale della sua Isola, compie per la prima volta un vero e proprio viaggio in Sardegna. La drammaticità del paesaggio e della sua gente, la mitica bellezza delle coste e soprattutto dell’interno, con il suo retaggio di arcaiche culture e credenze, gli ispirano le tre Danze della Terra, dell’Acqua e del Fuoco, raccolte nella composizione per orchestra Nuraghi (‘52). Molte saranno le esecuzioni di questo lavoro: tra le più prestigiose si ricordano quelle dei maestri Leopold Stokowski e di Claudio Abbado.

 

Ispirato dal mare e da un roccioso isolotto presso la costa del Monte Argentario, Porrino scrive, su commissione dell’Accademia di Santa Cecilia, il Concerto dell’Argentarola per chitarra e orchestra, la cui prima esecuzione avviene a Roma, al Teatro Argentina, nel gennaio del ‘54. Nel lavoro è evidente la ricerca di «un impiego ‘attuale’ dello strumento, sfruttando oltre a una diteggiatura ricercata, la tambora, il glissato, lo stoppato, il vibrato, il metallico, l’armonico, il rasqueado, nonché i suoni sul ‘ponticello’ e sulla ‘buca’, andando dalla cadenza tipica alla serie dodecafonica» (Mario Rinaldi), che il compositore inserisce per la prima volta in un suo lavoro pur senza rinunciare alla sua personale vena melodica.

L’incontro con Giovanni Artieri e la sua esperienza di viaggiatore e giornalista nelle Filippine lo riportano al teatro: il suono patetico, ‘strisciato’ di un organo di bambù, il tema di una vecchia jota aragonese, una storia locale di amore corrotto e di odii politici diventano materia d’ispirazione per l’atto unico L’organo di bambù, che debutta a Venezia nel ‘55 nell’ambito del XVIII Festival Internazionale di musica contemporanea. Tra le varie riprese dell’opera, si ricordano quelle del Teatro dell’Opera di Roma (‘56) e del Gran Teatro del Liceo di Barcellona (‘58).

Nel novembre del ‘56 Porrino torna in Sardegna, a Cagliari, come Direttore del Conservatorio G. Pierluigi da Palestrina e Direttore Artistico dell’Ente Lirico e dell’Istituzione dei Concerti e a questo prestigioso ma gravoso incarico dedica con entusiasmo gli ultimi tre anni della sua vita, dando un forte impulso alle attività e allo sviluppo del Conservatorio (istituisce una cattedra di etnofonia sarda, apre una sezione locale dell’AGIMUS) e gettando le basi per future importanti realizzazioni, come la creazione di un’orchestra stabile e di una nuova sede per il Conservatorio di Musica con relativo Auditorium, imprese che altri porteranno a termine dopo la sua morte.

È questo anche un periodo di grande attività creativa: nel ‘58 porta a compimento il concerto per archi e cembalo Sonar per Musici e l’opera in un atto Esculapio al neon; nel ‘59 termina, dopo lunga gestazione e successive elaborazioni, la stesura definitiva dell’opera in tre atti I Shardana.

Sonar per Musici scritto per il famoso complesso d’archi I Musici verrà da questo eseguito in lunghe tournée in Italia e all’estero. Per la seconda volta, dopo il Concerto dell’Argentarola, il compositore affronta la tecnica dodecafonica ma «nonostante l’enigmatismo della musica seriale che non gli permette voli pindarici nel regno della melodia, Porrino tratta i suoi temi dodecafonici con quell’arte e con quel canto che lo hanno sempre distinto» (Nino Bonavolontà).

Con Esculapio al neon e con l’incontro con il poeta Luciano Folgore, autore del libretto, Porrino sperimenta per la prima volta il grottesco: «Musica facile, diremmo ‘scanzonata’ che si addice assai bene al soggetto, con ritmi scanditi e prevedibili ritornelli, con declamati e accompagnamenti semplicissimi» (Mario Rinaldi). «C’è voluto Ennio Porrino», dice Luciano Folgore, «col suo talento, la sua versatilità e il suo desiderio di musicare qualcosa d’inconsueto e d’irrazionale, a decidermi a scrivere un libretto d’opera sulla pubblicità, specie quella che riguarda i prodotti medicinali. Non immaginavo che le erbe medicinali, le vitamine, gli ormoni, il carotene, il cortisone e altri farmaci del genere sarebbero stati capaci di ispirare un musicista che si era sempre occupato di argomenti seri e drammatici».

E nuovamente di argomento serio e tragico è il dramma musicale in tre atti I Shardana (Gli uomini dei nuraghi), composto su libretto dello stesso Porrino, che viene trasmesso nel 1958, in un adattamento radiofonico, dalla Radio Italiana con il titolo Hutalabì, il grido di guerra degli antichi popoli sardi. «Nella forma scenica definitiva I Shardana furono rappresentati per la prima volta al Teatro San Carlo di Napoli il 21 marzo 1959, sotto la direzione dell’autore stesso ed ebbero un successo vivissimo. Oltre agli applausi a scena aperta si contarono non meno di venti chiamate delle quali diverse dirette al solo autore. La fonte dell’ispirazione è in gran parte nel canto popolare sardo. Ma Porrino se ne serve liberamente, portandolo a modi suoi personali di espressione. La struttura armonica è generalmente chiara e alle complicazioni tonali l’autore giunge solo eccezionalmente quando lo richieda la complessità della situazione drammatica. Oltre alla schiettezza dell’ispirazione ne I Shardana c’è il completo dominio dei mezzi espressivi» (Nino Fara). «La partitura rivela una mano sicura e sapiente di strumentatore e una tecnica orchestrale che ricorda la mano respighiana e, in taluni momenti, straussiana e che inquadra con efficacia soprattutto la parte corale. Senza dubbio la pagina migliore è quella finale: ad azione ormai scontata, condannata alla immobilità scenica, l’opera riesce ancora a tener desta l’attenzione dell’ascoltatore proprio per quella pagina in cui c’è un commosso respiro e che riassume, in un certo senso, e più e meglio di ogni altra, l’anima ancestrale del popolo sardo» (Fernando L. Lunghi).

Il 15 settembre del ‘59 Porrino è a Venezia per la prima esecuzione del suo ultimo lavoro La bambola malata, una pantomima su testo di Luciano Folgore, inserita nello spettacolo Giochi e favole per bambini, ideato da Mario Labroca per il XXII Festival Internazionale di musica contemporanea. Dieci giorni dopo, una fulminea malattia stroncava a soli 49 anni la vita del compositore.

Oltre alle opere fin qui citate, la produzione di Porrino comprende numerose altre composizioni che toccano i più svariati generi di musica: sinfonica, cameristica (strumentale e vocale), corale e oratoriale. E ancora: musiche per balletti, per film e la colonna sonora del famoso sceneggiato televisivo Canne al vento (‘58).

Parallelamente all’attività di compositore, Porrino svolse sin da giovanissimo quella di critico musicale, pubblicista e conferenziere e, dopo gli anni ‘50, si cimentò, in Italia e all’estero, anche nella direzione d’orchestra, prima delle sue stesse opere, poi di musica sinfonica classica di autori vari.
Non di rado, inoltre, si dedicò alla scrittura di poesie e racconti che divennero poi testi o libretti per la sua musica.
Tra i suoi editori si ricordano tra gli altri: Ricordi, Sonzogno, Curci, Suvini Zerboni, Carisch e Universal Edition.

Ad Ennio Porrino sono stati intitolati due concorsi: il «Concorso internazionale di pianoforte Ennio Porrino» organizzato dal 1980 dall’Associazione Amici della Musica di Cagliari e il «Concorso internazionale di composizione Ennio Porrino» organizzato dal 2020 dal Centro Studi Don Pietro Fanciulli di Porto Santo Stefano (GR)

Dal 2019 è disponibile alla consultazione il Fondo Ennio Porrino, presso la Bibliomediateca dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.
Il fondo, donato alla Bibliomediateca dalla vedova Màlgari Onnis Porrino e dalla figlia Stefania Porrino, raccoglie la documentazione di lavoro, la corrispondenza, la rassegna stampa e i programmi di sala di Ennio Porrino. Il nucleo principale è costituito dagli spartiti manoscritti e a stampa delle composizioni del compositore.

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4 pubblicazioni in catalogo

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(Cagliari, 20-1-1910 / Roma, 25-9-1959)

Seguiti gli studi classici fino a diciassette anni, si dedica in seguito esclusivamente alla composizione sotto la guida dei maestri Mulè e Dobici, diplomandosi nel 1932 a Roma, presso il Conservatorio di Santa Cecilia. Frequenta inoltre per un triennio il Corso di Perfezionamento tenuto da Ottorino Respighi, di cui diviene ben presto l’allievo prediletto. «Del suo maestro assimila subito il meglio: la grande abilità del colorista, la tecnica dell’orchestrazione, la capacità di aderenza del canto al substrato armonico. Tutto ciò serbando intatta quella liricità pura che proviene dalle emozioni» (Nicola Valle).

Porrino si fa conoscere nell’ambiente musicale romano vincendo, nel 1931, un concorso per una lirica bandito dal Giornale d’Italia con Traccas e nel 1933 un altro difficile concorso, quello bandito dall’Accademia di Santa Cecilia per il XXV anniversario dei concerti all’Augusteo con l’ouverture per orchestra Tartarin de Tarascon che Bernardino Molinari dirige il 30 aprile dello stesso anno all’Augusteo.

Nel gennaio del ‘34, nello stesso Augusteo e con lo stesso direttore, avrà luogo una più completa affermazione con il poema sinfonico Sardegna, di cui seguiranno numerose esecuzioni in Italia e all’estero sotto la guida dei più prestigiosi direttori dell’epoca, come Previtali, Gui, Stokowski. Sardegna verrà inoltre inclusa, in rappresentanza della musica italiana, nei programmi del Festival Internazionale di Amburgo del ‘35. Il lavoro rappresenta, come diverse seguenti composizioni, un omaggio alla terra d’origine che Porrino ha lasciato da bambino e che conoscerà direttamente solo più tardi, ma che continuamente ha sentito rivivere nel ricordo nostalgico della madre sarda.

Dopo aver composto i Canti della schiavitù per violino, violoncello e pianoforte (‘33), i Canti di stagione per soprano e piccola orchestra (‘34), La visione di Ezechiele, preludio, adagio e corale per orchestra (‘35), la cantata Proserpina per voce recitante, coro femminile e piccola orchestra (‘37) e le Tre canzoni italiane per piccola orchestra (‘39), Porrino, su commissione della Casa Musicale Sonzogno, si cimenta per la prima volta – con l’opera Gli Orazi (su libretto di Claudio Guastalla) – con quella che lui ritiene essere la forma d’arte più alta e completa: il teatro. Così Porrino stesso si esprime a proposito della sua opera: « Questo lavoro non è melodramma, nel senso tradizionale ed ottocentesco della parola, ma un’opera teatrale moderna che sta tra l’oratorio profano e uno spettacolo sportivo: il ravvicinamento all’oratorio profano sta a definire l’asciuttezza del linguaggio musicale, mentre il parallelismo con lo spettacolo sportivo sta ad indicare il dinamismo e la passionalità della vicenda nonché della musica che nascono proprio dal contrasto di due parti in lotta»Gli Orazi vanno in scena al Teatro alla Scala di Milano nel febbraio del ‘41 con un caloroso successo.

Intanto Porrino, diventato titolare della cattedra di composizione al Conservatorio di Roma, è stato nominato membro effettivo dell’Accademia di Santa Cecilia di Roma e dell’Accademia Luigi Cherubini di Firenze.

Da Gli Orazi, Porrino passa ai toni nostalgici e all’atmosfera dolorosa dei Canti dell’esilio, una raccolta di quindici liriche frutto della sofferta esperienza della guerra e dell’’esilio’ nella città di Venezia dove viene trasferito, nel ‘43, presso il Conservatorio Benedetto Marcello.
Finita la guerra e dopo un periodo trascorso a Napoli, prima come Direttore della Biblioteca Musicale S. Pietro a Majella, poi come docente di composizione nello stesso Conservatorio e come critico musicale del Corriere di Napoli, Porrino rientra a Roma nel ‘47, riprendendo possesso della sua cattedra di composizione presso il Conservatorio di Santa Cecilia.

Intanto, la sua produzione artistica si arricchisce di nuovi lavori: nel ‘47 compone Sonata drammatica, un atto unico su testo di Nella Bonora, per voce recitante e pianoforte; nel ‘48 conosce l’abate Ricciotti – autore della Vita di Gesù – al quale propone l’idea di realizzare un lavoro musicale di soggetto evangelico che sarà compiuto l’anno seguente con il titolo di Processo di Cristo e verrà eseguito per la prima volta nell’aprile del ‘52 al Teatro Argentina di Roma. Si tratta di un «grande affresco sinfonico-corale che può considerarsi forse l’opera più impegnativa della sua cospicua produzione sinfonica» (Tito Aprea), opera caratterizzata dalla nitidezza del disegno musicale, da un’ariosa cantabilità e una forte pulsazione ritmica. «Il compositore ha saputo, ancora una volta, sintetizzare il suo pensiero in un’opera di notevole assunto, bene equilibrata e saldamente costruita» (Renzo Rossellini). «Accanto al tradizionale stile ecclesiastico, abbiamo una concezione tonale moderna che comporta, talvolta, forti dissonanze» (Felix Karlinger). «Il discorso melodico fluisce ampio, a volte richiama il gregoriano e da esso viene fiorendo la ricchezza dei melismi cromatici. La strumentazione è ricca, varia, coloratissima» (Ceccherini). «Porrino sentì altamente il dramma di Cristo e nella sua opera ogni elemento sonoro, oltre che essere al servizio di una fedele interpretazione musicale del testo, è amalgamato in una concezione unitaria nella quale lo spirito dell’Artista, sollevato da impegni di tecnica, canta, da mistico, la propria emozione religiosa» (Tito Aprea).

Dopo essere tornato una prima volta da adulto a Cagliari nel ‘37, in occasione del III Congresso dell’SNFM, nel 1949 Porrino, alla ricerca di un contatto diretto con il patrimonio culturale e musicale della sua Isola, compie per la prima volta un vero e proprio viaggio in Sardegna. La drammaticità del paesaggio e della sua gente, la mitica bellezza delle coste e soprattutto dell’interno, con il suo retaggio di arcaiche culture e credenze, gli ispirano le tre Danze della Terra, dell’Acqua e del Fuoco, raccolte nella composizione per orchestra Nuraghi (‘52). Molte saranno le esecuzioni di questo lavoro: tra le più prestigiose si ricordano quelle dei maestri Leopold Stokowski e di Claudio Abbado.

 

Ispirato dal mare e da un roccioso isolotto presso la costa del Monte Argentario, Porrino scrive, su commissione dell’Accademia di Santa Cecilia, il Concerto dell’Argentarola per chitarra e orchestra, la cui prima esecuzione avviene a Roma, al Teatro Argentina, nel gennaio del ‘54. Nel lavoro è evidente la ricerca di «un impiego ‘attuale’ dello strumento, sfruttando oltre a una diteggiatura ricercata, la tambora, il glissato, lo stoppato, il vibrato, il metallico, l’armonico, il rasqueado, nonché i suoni sul ‘ponticello’ e sulla ‘buca’, andando dalla cadenza tipica alla serie dodecafonica» (Mario Rinaldi), che il compositore inserisce per la prima volta in un suo lavoro pur senza rinunciare alla sua personale vena melodica.

L’incontro con Giovanni Artieri e la sua esperienza di viaggiatore e giornalista nelle Filippine lo riportano al teatro: il suono patetico, ‘strisciato’ di un organo di bambù, il tema di una vecchia jota aragonese, una storia locale di amore corrotto e di odii politici diventano materia d’ispirazione per l’atto unico L’organo di bambù, che debutta a Venezia nel ‘55 nell’ambito del XVIII Festival Internazionale di musica contemporanea. Tra le varie riprese dell’opera, si ricordano quelle del Teatro dell’Opera di Roma (‘56) e del Gran Teatro del Liceo di Barcellona (‘58).

Nel novembre del ‘56 Porrino torna in Sardegna, a Cagliari, come Direttore del Conservatorio G. Pierluigi da Palestrina e Direttore Artistico dell’Ente Lirico e dell’Istituzione dei Concerti e a questo prestigioso ma gravoso incarico dedica con entusiasmo gli ultimi tre anni della sua vita, dando un forte impulso alle attività e allo sviluppo del Conservatorio (istituisce una cattedra di etnofonia sarda, apre una sezione locale dell’AGIMUS) e gettando le basi per future importanti realizzazioni, come la creazione di un’orchestra stabile e di una nuova sede per il Conservatorio di Musica con relativo Auditorium, imprese che altri porteranno a termine dopo la sua morte.

È questo anche un periodo di grande attività creativa: nel ‘58 porta a compimento il concerto per archi e cembalo Sonar per Musici e l’opera in un atto Esculapio al neon; nel ‘59 termina, dopo lunga gestazione e successive elaborazioni, la stesura definitiva dell’opera in tre atti I Shardana.

Sonar per Musici scritto per il famoso complesso d’archi I Musici verrà da questo eseguito in lunghe tournée in Italia e all’estero. Per la seconda volta, dopo il Concerto dell’Argentarola, il compositore affronta la tecnica dodecafonica ma «nonostante l’enigmatismo della musica seriale che non gli permette voli pindarici nel regno della melodia, Porrino tratta i suoi temi dodecafonici con quell’arte e con quel canto che lo hanno sempre distinto» (Nino Bonavolontà).

Con Esculapio al neon e con l’incontro con il poeta Luciano Folgore, autore del libretto, Porrino sperimenta per la prima volta il grottesco: «Musica facile, diremmo ‘scanzonata’ che si addice assai bene al soggetto, con ritmi scanditi e prevedibili ritornelli, con declamati e accompagnamenti semplicissimi» (Mario Rinaldi). «C’è voluto Ennio Porrino», dice Luciano Folgore, «col suo talento, la sua versatilità e il suo desiderio di musicare qualcosa d’inconsueto e d’irrazionale, a decidermi a scrivere un libretto d’opera sulla pubblicità, specie quella che riguarda i prodotti medicinali. Non immaginavo che le erbe medicinali, le vitamine, gli ormoni, il carotene, il cortisone e altri farmaci del genere sarebbero stati capaci di ispirare un musicista che si era sempre occupato di argomenti seri e drammatici».

E nuovamente di argomento serio e tragico è il dramma musicale in tre atti I Shardana (Gli uomini dei nuraghi), composto su libretto dello stesso Porrino, che viene trasmesso nel 1958, in un adattamento radiofonico, dalla Radio Italiana con il titolo Hutalabì, il grido di guerra degli antichi popoli sardi. «Nella forma scenica definitiva I Shardana furono rappresentati per la prima volta al Teatro San Carlo di Napoli il 21 marzo 1959, sotto la direzione dell’autore stesso ed ebbero un successo vivissimo. Oltre agli applausi a scena aperta si contarono non meno di venti chiamate delle quali diverse dirette al solo autore. La fonte dell’ispirazione è in gran parte nel canto popolare sardo. Ma Porrino se ne serve liberamente, portandolo a modi suoi personali di espressione. La struttura armonica è generalmente chiara e alle complicazioni tonali l’autore giunge solo eccezionalmente quando lo richieda la complessità della situazione drammatica. Oltre alla schiettezza dell’ispirazione ne I Shardana c’è il completo dominio dei mezzi espressivi» (Nino Fara). «La partitura rivela una mano sicura e sapiente di strumentatore e una tecnica orchestrale che ricorda la mano respighiana e, in taluni momenti, straussiana e che inquadra con efficacia soprattutto la parte corale. Senza dubbio la pagina migliore è quella finale: ad azione ormai scontata, condannata alla immobilità scenica, l’opera riesce ancora a tener desta l’attenzione dell’ascoltatore proprio per quella pagina in cui c’è un commosso respiro e che riassume, in un certo senso, e più e meglio di ogni altra, l’anima ancestrale del popolo sardo» (Fernando L. Lunghi).

Il 15 settembre del ‘59 Porrino è a Venezia per la prima esecuzione del suo ultimo lavoro La bambola malata, una pantomima su testo di Luciano Folgore, inserita nello spettacolo Giochi e favole per bambini, ideato da Mario Labroca per il XXII Festival Internazionale di musica contemporanea. Dieci giorni dopo, una fulminea malattia stroncava a soli 49 anni la vita del compositore.

Oltre alle opere fin qui citate, la produzione di Porrino comprende numerose altre composizioni che toccano i più svariati generi di musica: sinfonica, cameristica (strumentale e vocale), corale e oratoriale. E ancora: musiche per balletti, per film e la colonna sonora del famoso sceneggiato televisivo Canne al vento (‘58).

Parallelamente all’attività di compositore, Porrino svolse sin da giovanissimo quella di critico musicale, pubblicista e conferenziere e, dopo gli anni ‘50, si cimentò, in Italia e all’estero, anche nella direzione d’orchestra, prima delle sue stesse opere, poi di musica sinfonica classica di autori vari.
Non di rado, inoltre, si dedicò alla scrittura di poesie e racconti che divennero poi testi o libretti per la sua musica.
Tra i suoi editori si ricordano tra gli altri: Ricordi, Sonzogno, Curci, Suvini Zerboni, Carisch e Universal Edition.

Ad Ennio Porrino sono stati intitolati due concorsi: il «Concorso internazionale di pianoforte Ennio Porrino» organizzato dal 1980 dall’Associazione Amici della Musica di Cagliari e il «Concorso internazionale di composizione Ennio Porrino» organizzato dal 2020 dal Centro Studi Don Pietro Fanciulli di Porto Santo Stefano (GR)

Dal 2019 è disponibile alla consultazione il Fondo Ennio Porrino, presso la Bibliomediateca dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.
Il fondo, donato alla Bibliomediateca dalla vedova Màlgari Onnis Porrino e dalla figlia Stefania Porrino, raccoglie la documentazione di lavoro, la corrispondenza, la rassegna stampa e i programmi di sala di Ennio Porrino. Il nucleo principale è costituito dagli spartiti manoscritti e a stampa delle composizioni del compositore.

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4 pubblicazioni in catalogo

Porrino, Ennio
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(Cagliari, 20-1-1910 / Roma, 25-9-1959)

Seguiti gli studi classici fino a diciassette anni, si dedica in seguito esclusivamente alla composizione sotto la guida dei maestri Mulè e Dobici, diplomandosi nel 1932 a Roma, presso il Conservatorio di Santa Cecilia. Frequenta inoltre per un triennio il Corso di Perfezionamento tenuto da Ottorino Respighi, di cui diviene ben presto l’allievo prediletto. «Del suo maestro assimila subito il meglio: la grande abilità del colorista, la tecnica dell’orchestrazione, la capacità di aderenza del canto al substrato armonico. Tutto ciò serbando intatta quella liricità pura che proviene dalle emozioni» (Nicola Valle).

Porrino si fa conoscere nell’ambiente musicale romano vincendo, nel 1931, un concorso per una lirica bandito dal Giornale d’Italia con Traccas e nel 1933 un altro difficile concorso, quello bandito dall’Accademia di Santa Cecilia per il XXV anniversario dei concerti all’Augusteo con l’ouverture per orchestra Tartarin de Tarascon che Bernardino Molinari dirige il 30 aprile dello stesso anno all’Augusteo.

Nel gennaio del ‘34, nello stesso Augusteo e con lo stesso direttore, avrà luogo una più completa affermazione con il poema sinfonico Sardegna, di cui seguiranno numerose esecuzioni in Italia e all’estero sotto la guida dei più prestigiosi direttori dell’epoca, come Previtali, Gui, Stokowski. Sardegna verrà inoltre inclusa, in rappresentanza della musica italiana, nei programmi del Festival Internazionale di Amburgo del ‘35. Il lavoro rappresenta, come diverse seguenti composizioni, un omaggio alla terra d’origine che Porrino ha lasciato da bambino e che conoscerà direttamente solo più tardi, ma che continuamente ha sentito rivivere nel ricordo nostalgico della madre sarda.

Dopo aver composto i Canti della schiavitù per violino, violoncello e pianoforte (‘33), i Canti di stagione per soprano e piccola orchestra (‘34), La visione di Ezechiele, preludio, adagio e corale per orchestra (‘35), la cantata Proserpina per voce recitante, coro femminile e piccola orchestra (‘37) e le Tre canzoni italiane per piccola orchestra (‘39), Porrino, su commissione della Casa Musicale Sonzogno, si cimenta per la prima volta – con l’opera Gli Orazi (su libretto di Claudio Guastalla) – con quella che lui ritiene essere la forma d’arte più alta e completa: il teatro. Così Porrino stesso si esprime a proposito della sua opera: « Questo lavoro non è melodramma, nel senso tradizionale ed ottocentesco della parola, ma un’opera teatrale moderna che sta tra l’oratorio profano e uno spettacolo sportivo: il ravvicinamento all’oratorio profano sta a definire l’asciuttezza del linguaggio musicale, mentre il parallelismo con lo spettacolo sportivo sta ad indicare il dinamismo e la passionalità della vicenda nonché della musica che nascono proprio dal contrasto di due parti in lotta»Gli Orazi vanno in scena al Teatro alla Scala di Milano nel febbraio del ‘41 con un caloroso successo.

Intanto Porrino, diventato titolare della cattedra di composizione al Conservatorio di Roma, è stato nominato membro effettivo dell’Accademia di Santa Cecilia di Roma e dell’Accademia Luigi Cherubini di Firenze.

Da Gli Orazi, Porrino passa ai toni nostalgici e all’atmosfera dolorosa dei Canti dell’esilio, una raccolta di quindici liriche frutto della sofferta esperienza della guerra e dell’’esilio’ nella città di Venezia dove viene trasferito, nel ‘43, presso il Conservatorio Benedetto Marcello.
Finita la guerra e dopo un periodo trascorso a Napoli, prima come Direttore della Biblioteca Musicale S. Pietro a Majella, poi come docente di composizione nello stesso Conservatorio e come critico musicale del Corriere di Napoli, Porrino rientra a Roma nel ‘47, riprendendo possesso della sua cattedra di composizione presso il Conservatorio di Santa Cecilia.

Intanto, la sua produzione artistica si arricchisce di nuovi lavori: nel ‘47 compone Sonata drammatica, un atto unico su testo di Nella Bonora, per voce recitante e pianoforte; nel ‘48 conosce l’abate Ricciotti – autore della Vita di Gesù – al quale propone l’idea di realizzare un lavoro musicale di soggetto evangelico che sarà compiuto l’anno seguente con il titolo di Processo di Cristo e verrà eseguito per la prima volta nell’aprile del ‘52 al Teatro Argentina di Roma. Si tratta di un «grande affresco sinfonico-corale che può considerarsi forse l’opera più impegnativa della sua cospicua produzione sinfonica» (Tito Aprea), opera caratterizzata dalla nitidezza del disegno musicale, da un’ariosa cantabilità e una forte pulsazione ritmica. «Il compositore ha saputo, ancora una volta, sintetizzare il suo pensiero in un’opera di notevole assunto, bene equilibrata e saldamente costruita» (Renzo Rossellini). «Accanto al tradizionale stile ecclesiastico, abbiamo una concezione tonale moderna che comporta, talvolta, forti dissonanze» (Felix Karlinger). «Il discorso melodico fluisce ampio, a volte richiama il gregoriano e da esso viene fiorendo la ricchezza dei melismi cromatici. La strumentazione è ricca, varia, coloratissima» (Ceccherini). «Porrino sentì altamente il dramma di Cristo e nella sua opera ogni elemento sonoro, oltre che essere al servizio di una fedele interpretazione musicale del testo, è amalgamato in una concezione unitaria nella quale lo spirito dell’Artista, sollevato da impegni di tecnica, canta, da mistico, la propria emozione religiosa» (Tito Aprea).

Dopo essere tornato una prima volta da adulto a Cagliari nel ‘37, in occasione del III Congresso dell’SNFM, nel 1949 Porrino, alla ricerca di un contatto diretto con il patrimonio culturale e musicale della sua Isola, compie per la prima volta un vero e proprio viaggio in Sardegna. La drammaticità del paesaggio e della sua gente, la mitica bellezza delle coste e soprattutto dell’interno, con il suo retaggio di arcaiche culture e credenze, gli ispirano le tre Danze della Terra, dell’Acqua e del Fuoco, raccolte nella composizione per orchestra Nuraghi (‘52). Molte saranno le esecuzioni di questo lavoro: tra le più prestigiose si ricordano quelle dei maestri Leopold Stokowski e di Claudio Abbado.

 

Ispirato dal mare e da un roccioso isolotto presso la costa del Monte Argentario, Porrino scrive, su commissione dell’Accademia di Santa Cecilia, il Concerto dell’Argentarola per chitarra e orchestra, la cui prima esecuzione avviene a Roma, al Teatro Argentina, nel gennaio del ‘54. Nel lavoro è evidente la ricerca di «un impiego ‘attuale’ dello strumento, sfruttando oltre a una diteggiatura ricercata, la tambora, il glissato, lo stoppato, il vibrato, il metallico, l’armonico, il rasqueado, nonché i suoni sul ‘ponticello’ e sulla ‘buca’, andando dalla cadenza tipica alla serie dodecafonica» (Mario Rinaldi), che il compositore inserisce per la prima volta in un suo lavoro pur senza rinunciare alla sua personale vena melodica.

L’incontro con Giovanni Artieri e la sua esperienza di viaggiatore e giornalista nelle Filippine lo riportano al teatro: il suono patetico, ‘strisciato’ di un organo di bambù, il tema di una vecchia jota aragonese, una storia locale di amore corrotto e di odii politici diventano materia d’ispirazione per l’atto unico L’organo di bambù, che debutta a Venezia nel ‘55 nell’ambito del XVIII Festival Internazionale di musica contemporanea. Tra le varie riprese dell’opera, si ricordano quelle del Teatro dell’Opera di Roma (‘56) e del Gran Teatro del Liceo di Barcellona (‘58).

Nel novembre del ‘56 Porrino torna in Sardegna, a Cagliari, come Direttore del Conservatorio G. Pierluigi da Palestrina e Direttore Artistico dell’Ente Lirico e dell’Istituzione dei Concerti e a questo prestigioso ma gravoso incarico dedica con entusiasmo gli ultimi tre anni della sua vita, dando un forte impulso alle attività e allo sviluppo del Conservatorio (istituisce una cattedra di etnofonia sarda, apre una sezione locale dell’AGIMUS) e gettando le basi per future importanti realizzazioni, come la creazione di un’orchestra stabile e di una nuova sede per il Conservatorio di Musica con relativo Auditorium, imprese che altri porteranno a termine dopo la sua morte.

È questo anche un periodo di grande attività creativa: nel ‘58 porta a compimento il concerto per archi e cembalo Sonar per Musici e l’opera in un atto Esculapio al neon; nel ‘59 termina, dopo lunga gestazione e successive elaborazioni, la stesura definitiva dell’opera in tre atti I Shardana.

Sonar per Musici scritto per il famoso complesso d’archi I Musici verrà da questo eseguito in lunghe tournée in Italia e all’estero. Per la seconda volta, dopo il Concerto dell’Argentarola, il compositore affronta la tecnica dodecafonica ma «nonostante l’enigmatismo della musica seriale che non gli permette voli pindarici nel regno della melodia, Porrino tratta i suoi temi dodecafonici con quell’arte e con quel canto che lo hanno sempre distinto» (Nino Bonavolontà).

Con Esculapio al neon e con l’incontro con il poeta Luciano Folgore, autore del libretto, Porrino sperimenta per la prima volta il grottesco: «Musica facile, diremmo ‘scanzonata’ che si addice assai bene al soggetto, con ritmi scanditi e prevedibili ritornelli, con declamati e accompagnamenti semplicissimi» (Mario Rinaldi). «C’è voluto Ennio Porrino», dice Luciano Folgore, «col suo talento, la sua versatilità e il suo desiderio di musicare qualcosa d’inconsueto e d’irrazionale, a decidermi a scrivere un libretto d’opera sulla pubblicità, specie quella che riguarda i prodotti medicinali. Non immaginavo che le erbe medicinali, le vitamine, gli ormoni, il carotene, il cortisone e altri farmaci del genere sarebbero stati capaci di ispirare un musicista che si era sempre occupato di argomenti seri e drammatici».

E nuovamente di argomento serio e tragico è il dramma musicale in tre atti I Shardana (Gli uomini dei nuraghi), composto su libretto dello stesso Porrino, che viene trasmesso nel 1958, in un adattamento radiofonico, dalla Radio Italiana con il titolo Hutalabì, il grido di guerra degli antichi popoli sardi. «Nella forma scenica definitiva I Shardana furono rappresentati per la prima volta al Teatro San Carlo di Napoli il 21 marzo 1959, sotto la direzione dell’autore stesso ed ebbero un successo vivissimo. Oltre agli applausi a scena aperta si contarono non meno di venti chiamate delle quali diverse dirette al solo autore. La fonte dell’ispirazione è in gran parte nel canto popolare sardo. Ma Porrino se ne serve liberamente, portandolo a modi suoi personali di espressione. La struttura armonica è generalmente chiara e alle complicazioni tonali l’autore giunge solo eccezionalmente quando lo richieda la complessità della situazione drammatica. Oltre alla schiettezza dell’ispirazione ne I Shardana c’è il completo dominio dei mezzi espressivi» (Nino Fara). «La partitura rivela una mano sicura e sapiente di strumentatore e una tecnica orchestrale che ricorda la mano respighiana e, in taluni momenti, straussiana e che inquadra con efficacia soprattutto la parte corale. Senza dubbio la pagina migliore è quella finale: ad azione ormai scontata, condannata alla immobilità scenica, l’opera riesce ancora a tener desta l’attenzione dell’ascoltatore proprio per quella pagina in cui c’è un commosso respiro e che riassume, in un certo senso, e più e meglio di ogni altra, l’anima ancestrale del popolo sardo» (Fernando L. Lunghi).

Il 15 settembre del ‘59 Porrino è a Venezia per la prima esecuzione del suo ultimo lavoro La bambola malata, una pantomima su testo di Luciano Folgore, inserita nello spettacolo Giochi e favole per bambini, ideato da Mario Labroca per il XXII Festival Internazionale di musica contemporanea. Dieci giorni dopo, una fulminea malattia stroncava a soli 49 anni la vita del compositore.

Oltre alle opere fin qui citate, la produzione di Porrino comprende numerose altre composizioni che toccano i più svariati generi di musica: sinfonica, cameristica (strumentale e vocale), corale e oratoriale. E ancora: musiche per balletti, per film e la colonna sonora del famoso sceneggiato televisivo Canne al vento (‘58).

Parallelamente all’attività di compositore, Porrino svolse sin da giovanissimo quella di critico musicale, pubblicista e conferenziere e, dopo gli anni ‘50, si cimentò, in Italia e all’estero, anche nella direzione d’orchestra, prima delle sue stesse opere, poi di musica sinfonica classica di autori vari.
Non di rado, inoltre, si dedicò alla scrittura di poesie e racconti che divennero poi testi o libretti per la sua musica.
Tra i suoi editori si ricordano tra gli altri: Ricordi, Sonzogno, Curci, Suvini Zerboni, Carisch e Universal Edition.

Ad Ennio Porrino sono stati intitolati due concorsi: il «Concorso internazionale di pianoforte Ennio Porrino» organizzato dal 1980 dall’Associazione Amici della Musica di Cagliari e il «Concorso internazionale di composizione Ennio Porrino» organizzato dal 2020 dal Centro Studi Don Pietro Fanciulli di Porto Santo Stefano (GR)

Dal 2019 è disponibile alla consultazione il Fondo Ennio Porrino, presso la Bibliomediateca dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.
Il fondo, donato alla Bibliomediateca dalla vedova Màlgari Onnis Porrino e dalla figlia Stefania Porrino, raccoglie la documentazione di lavoro, la corrispondenza, la rassegna stampa e i programmi di sala di Ennio Porrino. Il nucleo principale è costituito dagli spartiti manoscritti e a stampa delle composizioni del compositore.

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